1999 – la seconda vita di HAL 9000

Non sapevo che, nel 1999, in pieno panico per il tanto temuto collasso dei sistemi informatici noto come il ‘Millennium Bug’, Apple avesse cercato di pubblicizzare il fatto che i Macintosh fossero immuni dal problema del cambio di data.

Cosa imperdonabile, non sapevo che per questa campagna pubblicitaria fosse stato ‘resuscitato’ HAL 9000, più di trent’anni dopo la sua apparizione in 2001: A Space Odissey, sulla base dell’idea geniale che tutti i problemi accaduti nel film potessero essere stati causati, appunto, da un sistema operativo non adatto ad affrontare il nuovo millennio.

Ken Segall, il responsabile delle campagne marketing per Apple in quel periodo, racconta sul suo blog la storia di quell’idea e della sua realizzazione, soggetta non solo all’approvazione di Steve Jobs, ma anche a quella, ben più temuta, di Stanley Kubrick.

(via Daring Fireball)

The same old story

Una grande puntata di Reply All che racconta la storia di John R. Brinkley: la vicenda di un ciarlatano e della sua ascesa nel mondo dei media e della politica poi nell’America della prima metà del Novecento. Nulla di nuovo sotto il sole.

(bonus fact dalla pagina wikipedia – da leggere possibilmente dopo aver ascoltato il podcast: la volta che Brinkley riuscì a farsi dare una laurea ad honorem dall’Università di Pavia, per poi farsela revocare da Mussolini)

Il GPS ci riporta a Cloverfield, ma forse è solo un caso di omonimia

10cloverfield lane

Il trucco di accostarlo a Cloverfield sarà una trovata promozionale ma funziona, se non altro perché ha dato visibilità ad un film che altrimenti sarebbe passato inosservato. E invece il film merita di essere visto, anche solo per l’interpretazione di John Goodman, che di momento in momento lo rende credibile sia come ospite benevolo, che come aguzzino terrificante, o ancora come ‘comic relief’ sculettante.

Tutto al servizio dell’ambiguità che – nella migliore accezione della mystery box di J.J. Abrams – non ci permette di anticipare cosa succederà nel prossimo minuto. Il più delle volte, succede qualcosa di inatteso.
Mary Elizabeth Winstead è assai convincente sia nei momenti di rassegnazione che in quelli più combattivi.
La trama è ben costruita e distribuisce sapientemente sorprese e tensione, con momenti di flessione solo quando si trova a dover coinvolgere il terzo personaggio, interlocutore necessario forse per motivi tecnici, ma che sostanzialmente avrebbe potuto essere gestito meglio.
Un buon thriller, a mio avviso migliore del suo ‘parente alla lontana’ Cloverfield.

Non ci sono più le stelline di una volta

Il mio sistema di valutazione dei film, assodato e stabile da anni, era il seguente:

1 stella: film inguardabile, non voglio neanche sentirlo mai più nominare. Pessimo sotto tutti i punti di vista.
1,5 stelle: film scontatissimo, ogni aspetto della trama è prevedibile con largo anticipo. Perché mi fai perdere tempo?
2 stelle: film brutto; alcuni aspetti sarebbero apprezzabili, altri sono completamente sballati, nella realizzazione o nel giudizio. Storia senza senso, o brutta regia. O viceversa. Non mi è piaciuto per niente.
2,5 stelle: avrebbe potuto essere un film decente ma qualcosa l’ha rovinato; comunque, non mi è piaciuto.
3 stelle: un film decente, magari anche ben realizzato, un’opera onesta ma che non lascia il segno.
3,5 stelle: un buon film, non perfetto ma con qualcosa di particolare che lo rende interessante e consigliabile.
4 stelle: un film che oltre ad avere qualcosa di particolare può essere riguardato con piacere. Da avere in home video.
4,5 stelle: un film perfetto o quasi.
5 stelle: capolavoro.

In linea di massima, fino a 2 stelle, il voto è prevalentemente tecnico. Da 2,5 in su, si tratta di un giudizio che riguarda il rapporto tra il film e me (in quanto spettatore). 

Questo sistema, mi accorgo, ha diversi problemi.
Uno di questi, è che la differenza tra 2,5 e 3 è puramente personale. Se il film ha una ‘tesi’ che non coincide con la mia visione, viene valutato insufficiente.
Pensandoci su, è un sistema punitivo.
Così come è punitivo dare 3 stelle ad un film che avrebbe tutte le carte in regola soltanto perché non mi ha ‘agganciato’.
Inoltre, con questo metodo le 5 stelle sono proprio difficili da raggiungere. 
Confrontato con il sistema di giudizio di alcune testate o alcuni critici, è molto restrittivo. Certo, una testata deve, anche per garantirsi la propria sussistenza, dispensare un 5 stelle al mese o poco più. Ma è un po’ come il sistema di voti alle superiori, dove in pratica l’otto sta per ottimo, il nove viene elargito se proprio un lavoro spicca tra tutti, e un dieci è perfezione che non esiste.

Ho provato a ripensare questo sistema per renderlo, a mio avviso, un po’ più equo.

1-1,5 stelle: film inguardabile, non voglio neanche sentirlo mai più nominare. Pessimo sotto tutti i punti di vista.
2 stelle: film scontatissimo, ogni aspetto della trama è prevedibile con largo anticipo. Perché mi fai perdere tempo? Questa è una categoria un po’ difficile da gestire, perché la banalità è soggettiva. Qualcuno che non ha mai guardato un film simile potrebbe trovarlo un capolavoro.
2,5 stelle: film brutto; alcuni aspetti sarebbero apprezzabili, altri sono completamente sballati. Storia senza senso o confusa, o regia monocorde. Non mi è piaciuto.
3 stelle: un film tecnicamente decente, con qualche aspetto che mi fa storcere il naso; ma a qualcun altro potrebbe piacere.
3,5 stelle: un film decente, con una narrazione sensata. Magari ben realizzato, un’opera onesta ma che non lascia il segno.
4 stelle: un buon film, con qualcosa di particolare che lo rende interessante e consigliabile. Niente da eccepire. Potrei riguardarlo, un giorno.
4,5 stelle: un film che oltre ad avere qualcosa di particolare può essere riguardato con piacere. Da avere in home video.
5 stelle: un film perfetto o quasi. Sempre un piacere.
5 stelle e lode: capolavoro.

Ora, su Letterboxd ci sarebbero quei 1,219 film con una valutazione da aggiornare. Ma so già che sarà difficile rivedere il voto senza rivedere il film.

Spotlight

Spotlight

Spotlight è un interessante film sul giornalismo investigativo. Ottima recitazione e trama che riesce a non annoiare. Soprattutto dal momento in cui riesce a mostrare quanto la vita della città di Boston sia costantemente a contatto con il ‘problema’. Estremamente apprezzabile anche il modo in cui mostra e racconta senza effettivamente rimettere in scena gli eventi che racconta.

Eppure, è come se il film mancasse di qualcosa. Personalità? Un tratto distintivo? Tensione?
È chiaro che il primo punto di paragone per un film del genere è Tutti gli uomini del Presidente.
Ma, in tempi moderni, c’è anche Zodiac con cui fare i conti. Ruffalo vs Ruffalo. Quando vidi Zodiac al cinema, mi sembrò apprezzabile ma eccessivamente lungo. Eppure, di quando in quando, è un piacere riguardarlo.
Spotlight ha la durata giusta. Quando si comincia a sentire un po’ di stanchezza, è praticamente terminato. Ma, se dovessi citare ‘scene memorabili’, me ne verrebbe in mente una sola. Forse due. Altre, sanno tanto di già visto. Oggi come oggi, non credo ci saranno tantissime occasioni per una seconda visione.

 

Oggi abbiamo imparato che

James CordenJames Corden, già sul mio piccolo schermo a causa di due episodi di Doctor Who e sul mio piccolissimo schermo per un paio di spezzoni YouTube dal suo Late Late Show americano, nei quali ripercorre la carriera cinematografica dell’ospite di turno, è anche stato insignito dell’OBE (Officer of the Most Excellent Order of the British Empire – un gradino sotto il CBE di Ian McKellen e un gradino sopra l’MBE dei Beatles).

Inoltre, duetta con Kylie Minogue nel primo singolo tratto dal di lei album di Natale di quest’anno, Kylie Christmas. La canzone è la sempre apprezzata Only You  di Yazoo.

 

Locke

Locke

‘Signora, questo non è un film per te’ penso, mentre mi siedo di fianco al giaccone bordato di ex-animale di una signora anziana. Lei non mi risponde, anche perché non ho parlato, ma mi guarda con disprezzo, o perché teme che le voglia rubare l’ex-animale. Il quale ha invaso anche parte della mia poltrona, ma d’altronde, nella sala l’unico posto decente rimasto (considerando anche i ‘posti vuoti di cortesia tra estranei’) è quello. Già sono stato cacciato dal posto precedente perché invisibilmente occupato da un tizio che stava due poltrone più in là (‘Scusi, ma abbiamo bisogno di questi altri due posti’: rapido calcolo, due posti più il ‘posto vuoto di cortesia’, dovrei sedermi sui gradini). Mentre mi adeguo all’idea della convivenza pelosa con l’ex-bestia, la signora decide di non rischiare e riaccomoda il giaccone in modo che non invada. Grazie, signora, ma continuo a pensare che questo non sia un film per te.

Perché io so che Locke non è un film qualsiasi: si tratta di 85 minuti di Tom Hardy che guida un’auto, di notte. A dir la verità, non sono sicuro neanche che si tratti di un film per me: la premessa è di quelle che mi intrigano, ma i precedenti – il tizio sotto tiro nella cabina telefonica e quella noia mortale del sepolto vivo – non sono incoraggianti. Ma per qualche sconosciuto motivo, mi fido di Tom Hardy. Signora, tu ti fidi di Tom Hardy?

Non so perché Tom Hardy debba fare questo viaggio. Ovviamente il motivo che spinge Ivan (leggi eye-van) Locke a guidare per un’ora e mezza verso Londra in tempo quasi-reale è uno dei motori del film, rivelato tramite una serie di telefonate con colleghi, familiari e… altri personaggi, presenti nel film, ma solo in (viva-) voce.

Sia chiaro: non si tratta di una di quelle storie in cui non si capisce nulla fino alla rivelazione dell’ultimo momento, e, no, il protagonista non è morto e non sta viaggiando a 90 miglia orarie in Purgatorio; i fatti sono raccontati nella prima mezz’ora, e senza ambiguità. Perché l’ambiguità non è certo una caratteristica di Ivan Locke: è un uomo che non si perde in chiacchiere, dotato di forte pragmatismo e di princìpi molto saldi. Si tratta di una combinazione che da un lato spinge a decidere ed agire, dall’altro vincola a prendersi la responsabilità delle conseguenze, per quanto ciò possa essere sgradevole, per quanto possa risultare incomprensibile anche alle persone più care. Pur non essendo tra queste, lo spettatore è spinto a comprendere, grazie al privilegio di assistere non solo alle telefonate che si sovrappongono ma anche al dialogo (a senso unico) con il ‘passeggero assente’, che dal sedile posteriore (o forse dal bagagliaio) giudica silenziosamente: l’unica interazione nella quale Locke si può permettere di lasciare da parte il consueto atteggiamento fermo ma costruttivo, e di dare sfogo alle recriminazioni che hanno fatto da fondamenta a tutta la sua vita.

Il film tiene lo spettatore sulle spine, non con un puzzle da risolvere, non con una minaccia di vita o di morte, ma coinvolgendolo in questo movimento tra immedesimazione e presa di distanza dal protagonista, in bilico sulla tonalità di grigio che separa integrità e rigidità, abnegazione e cecità, altruismo ed egoismo, la possibilità di scegliere la propria traiettoria in ogni momento presente e il sentirsi obbligati dal passato a procedere dritti verso una meta.

Ho fatto bene a fidarmi di Tom Hardy. La signora e il suo ex-animale, però, sono andati via a metà film.

Balloon Parade 2014

I protagonisti dell’edizione 2014 della consueta Balloon Parade di Bruxelles, che si svolge in concomitanza con la Fête de la BD.

Rispetto all’anno scorso, questa volta hanno partecipato anche Darth Vader, Lucky Luke ed un pappagallo che non so meglio identificare. Io tutte le volte mi aspetto un Puffo o un Asterix ma evidentemente chiedo troppo.

Enemy

Enemy

[Spider Spoiler non espliciti]

Jake Gyllenhaal Numero Uno, timido e impacciato, è un docente di storia (quella cosa che si ripete sempre); sta con Mélanie Laurent, e la sua esistenza pure sembra una continua ripetizione degli stessi avvenimenti, giorno dopo giorno; niente di sovrannaturale, semplicemente è il solito tran-tran; un particolare giorno, si trova a scoprire per caso l’esistenza di Jake Gyllenhaal Numero Due, volitivo e sicuro di sé, attore di terza categoria, sposato con Sarah Gadon.
I due sono, evidentemente, due gocce d’acqua, uguali fino all’ultimo pelo di barba. Semplicemente, nessuno sa spiegarsi come ciò sia possibile, ed il film verte sul mistero dell’esistenza di questo doppione (‘io ho un figlio solo, e tu hai una madre sola’ dice Isabella Rossellini già nel trailer).
Enemy è un film cupo, pressoché monocolore, con pochi dialoghi e ancor meno azione.
Non lo nego, ci sono momenti in cui il film è talmente avvincente che si è portati a pensare al fatto che domani, uff, ci saranno da fare le pulizie a casa e almeno una lavatrice. Però mentre ci si sta domandando se sia più sensato lavare la biancheria o i colorati, boom, ecco arrivare il momento ‘Che diavolo..?!’ (per gli anglofili, WTF!?).

Enemy è un ’thriller psicologico’, e sappiamo bene che la definizione precisa di ‘thriller psicologico’ è: ‘discutiamone, possibilmente davanti a una birra’.
Il risultato della discussione varia a seconda della birra (gradazione e quantità), ma anche dalla lingua che parlate e dalla quantità di ragni che avete in testa (per i francofili, les araignées au plafond).
Spiego. Se si va a vedere un film, tanto per dire, polacco, senza sottotitoli e senza conoscere il Polacco, è probabile che il film non lo si capisca proprio completamente, ma ne sfuggirà una certa percentuale, più o meno grande, a seconda degli altri aspetti del film e della storia che raccontava.
Con Enemy è la stessa cosa. Pur essendo un film (canadese) recitato in Inglese, molti spettatori non lo capiscono. Perché non conoscono la lingua del film, che è quella di chi è abituato a tessere nella sua testa complesse trame per far coincidere il mondo esterno con la propria visione del mondo.
Se non si parla la lingua del film, si finisce per elaborare le teorie più ridicole.
Altrimenti, è tutto molto più semplice: si tratta solo di scegliere il punto dal quale iniziare a sbrogliare la tela.

Some day, when I’m awfully low (Miscellanea)

– Cose da Belgi, ma anche un po’ Olandesi: una volta che uno ha digerito bene il fantastico bilinguismo di Bruxelles, con tanto di traduzioni fatte un po’ ad capocchiam (giusto un esempio), è pronto per affrontare la gioiosa situazione della cittadina fiamminga di Baarle-Hertog e di quella Olandese di Baarle-Nassau. Devono aver festeggiato non poco quando è entrato in vigore il trattato di Schengen.

(dal secondo 2:52, nel caso non funzionasse il posizionamento automatico) 

– l’Universo, questa settimana (attraverso This American Life e Utopia), mi parla della Malattia di Huntington, malattia genetica neurogenerativa che colpisce a partire dalla mezza età. Spero abbia sbagliato a comporre il numero.

– Cose da Greci: il komboloi, che sembra un rosario ma non è; un antistress, ma anche uno status symbol;

– Colgo l’occasione delle prime immagini della miniserie che Netflix dedica a Marco Polo per cercare di capire cos’è quel gioco che si vede ogni tanto fare nelle serie americane (saved you my own link: praticamente Mosca Cieca, ma giocato in piscina). Perché si chiami così, nessun lo sa;

– Cose assai importanti: Sarah Michelle Gellar ha praticamente passato il 2014 a farsi fotografie con le costar del tempo che fu;

– Grazie a Kenneth B., conosco Pene d’Amor Perdute. Però ci voleva Doctor Who per farmi scoprire l’esistenza (o meglio, la non-esistenza) del presunto sequel, Love’s Labour’s Won, opera perduta nei meandri del Tempo. Ma mi piace l’idea che si tratti in realtà di un’opera nota, con un altro titolo. Mi piace in particolare l’idea che si tratti di Molto Rumore per Nulla, che conosco innanzitutto grazie a Kenneth B.;

– Pene d’Amor Perdute (il film) si ricorda soprattutto perché Branagh ne fece un musical con ambientazione e canzoni degli anni trenta; queste includono due dei pezzi che sono entrati tra i miei preferiti di sempre, They Can’t Take That Away From Me e The Way You Look Tonight. All’epoca, sapevo di aver già sentito quest’ultima canzone, ma non ricordavo dove e quando. Ecco dove:

p.s. Collegamenti spurii: In questo post c’è un filmato con una coppia di attori che all’epoca erano sposati ma non lo sono più, un filmato con una coppia di attori che si sono conosciuti sul set di quel film e adesso sono sposati (e l’ho appena scoperto), un filmato con due attori che hanno fatto spesso coppia artistica – e si sono conosciuti tramite un’amica comune anch’essa nel filmato, due cose che si possono ricollegare a Joss Whedon, tre attori dei vari Harry Potter, più un altro collegamento (piuttosto remoto) anch’esso ad Harry Potter